È strano il tempismo con cui accadono le cose brutte.
Ti convinci che puoi farcela, che essere felice non è altro che una scelta, che le cose si sistemeranno e che se ti succedono delle cose evidentemente sei abbastanza forte da sopportarle.
Lotti per mesi. Cominci ad uscire, a conoscere persone nuove, a farti degli amici e ti rendi convto che spesso sorridere ti viene spontaneo.
Sei decisa a non guardarti più indietro.
“Io non sarò la storia triste raccontata in un giornale o in qualche talk show” ti dici.
E poi succede di nuovo.
Crolla tutto e proprio un attimo prima che tu riesca a spostati ti piomba addosso, più pesante di prima.

Che poi, la mia principessa preferita resterà sempre e comunque Fiona.

Lei è forte. Sta da sola in una torre controllata da un drago, senza piangere, lagnarsi o condannare l’intero regno ad un sonno secolare.

Progetta un modo per salvarsi da sola e al principe gli fa il culo! Picchia forte e non duetta con gli animali, se li mangia!

E’ disposta a mandare a puttane tutti i soldi e la bella vita per la persona che ama. 

Non le interessano i vestiti, le scarpe e l’opinione che gli altri hanno di lei. 

Fiona e Shrek rimarranno per sempre la mia coppia preferita. 

Il mio “per sempre felici e contenti”. 

-Io sono il rumore del mare

E decise che non si sarebbe più affezionato a niente che avrebbe potuto perdere… 

Alle cinque e quarantacinque di quel sabato mattina autunnale, la stazione era ancora semivuota.

La luce rimbalzava contro la colonna, lasciando nella penombra la panchina del binario 4.

Gli occhi scuri dal taglio asiatico fissavano le rotaie. La schiena dritta ed il collo rigido rendevano innaturale la sua postura. Il borsone verde scuro stava poggiato a terra di fianco ai suoi piedi.

Guardò distrattamente il binario di fianco al suo. Una ragazza con i capelli rossi si sfregava le braccia guardando prima l’uscita poi il binario. Sembrava così piccola…

Era stato un lungo viaggio ma la felicità, dovuta al suo imminente ritorno a casa, sovrastava la stanchezza.

Non vedeva l’ora di poter finalmente raccontare a suo padre tutto quello che aveva visto, compreso e di Na’im.

Aveva dieci anni. Icapelli corti e due enormi occhi neri. Le labbra rosee e piene risaltavano sulla pelle scura. Camminava poco. Si vergognava dell’assenza della gamba destra sostituita da una stampella di legno, il cui manico scheggiato aveva provocato dei calli nella piccola e per il resto morbida, mano di Na’im. Era “lo storpio”, per i suoi coetanei che spesso lo prendevano in giro. Non importava quanto dolore o paura provassero, i bambini rimanevano bambini.

Lo aveva notato subito. Stava seduto su un masso a guardare il vuoto. I primi giorni non si era avvicinata, lo aveva osservato rimanendo al suo posto. Poi aveva raccolto tutto il suo coraggio.

Sono un soldato, dopotutto e lui è solo un bambino” si diceva incapace di giustificare tutta quell’ansia.

Erano rimasti in silenzio entrambi, guardando lo stesso punto, avvolti dallo stesso tiepido vento e dallo stesso silenzio.

Io non ci parlo con quelli vestiti di verde” aveva detto ad un certo punto.

Da allora tutti i giorni ritagliava del tempo per poter andare a sedersi su quel masso aspettando in silenzio che Na’im le dicesse qualcosa.

Non le raccontò mai della sua famiglia, o della sua vita. Aveva una riservatezza strana per un bambino di soli dieci anni.

Pensava continuamente a lui, a come avesse perso la gamba, a che fine avessero fatto i suoi genitori ed in un solo modo riusciva a giustificare tutto quell’interesse. Lei, per qualche misterioso motivo, voleva a quel bambino un gran bene.

Magari un giorno te lo dirò” le prometteva Na’im ogni volta che le domande cominciavano a divenire personali, interrompendo così la conversazione.

Lei invece non riusciva ad avere con lui quella riservatezza, così finiva per rispondere a qualunque domanda le ponesse,sinceramente .

Non è così che fanno gli amici” era intervenuta una volta incrociando le braccia in un gesto infantile

E’ esattamente così che fanno invece. Tu hai molto bisogno di parlare, io invece ho solo bisogno che qualcuno mi parli. Siamo una coppia di amici perfetta” aveva concluso sorridendole.

Na’im non sembrava affatto, un bambino di dieci anni. Un nano, piuttosto.

Il suo modo di fare e di pensare la sconvolgevano facendola addirittura sentire immatura. Lei che a diciotto anni se ne era andata di casa per fare il soldato.

Tornerò presto” gli disse prima di partire.

“ Non con quei vestiti verdi” fu la risposta.

Era da un po’ che sentiva parlare di Emergency. Ne era rimasta affascinata fin da subito ma suo padre sosteneva che fosse da pazzi, offrire cure mediche ad uno stupratore o ad un assassino. Lei aveva annuito condividendo in parte quel pensiero e non aveva mai più ripreso il discorso.

Era vero. Rimettere in sesto persone che avrebbero poi continuato a fare del male era eticamente poco corretto. Ma nei posti in cui era stata fino a quel momento, di morale o etico, c’era ben poco.

In alto, poco lontano dal binario 4, proprio sopra al binario 3 stavo io.

Guardavo lei ed il suo atteggiamento da dura sgretolarsi e lasciare spazio ad un sorriso sincero che aveva fatto capolino sulle labbra sottili, all’improvviso, stupendo perfino me.

La grande felpa nera profumava come l’acqua di colonia di suo padre.

Era un omone. Capelli brizzolati ed un paio di baffi bianchi che gli coprivano in parte le labbra e che si sporcavano di schiuma ogni volta che beveva il cappuccino. Era molto più alto di sua madre e sebbene il suo tono fosse sempre severo dagli occhi trapelava una bontà quasi assoluta.

La camminata resa insicura dalla gamba lesa era tuttavia decisa, degna di un generale.

Quel binario, quella mattina era reso cupo dall’ombra che lo sovrastava, ma tutto ciò che avreste colto guardandolo, sarebbe stata la limpidezza di una donna forte e di un’amicizia quasi perfetta.

Per la prima volta, quella mattina , Mulan sorrise.

Mi guardò, lesse l’ora e poi si voltò verso il binario 5. 

Non possiamo scegliere le nostre ferite, ma possiamo scegliere chi ci ferirá. [Colpa delle stelle]

Non possiamo scegliere le nostre ferite, ma possiamo scegliere chi ci ferirá. [Colpa delle stelle]